Il digiuno intermittente dovrebbe far parte del nostro stile di vita, al pari di una dieta sana e di una regolare attività fisica”. 

Queste le conclusioni di Mark Mattson, neuroscienziato della Johns Hopkins university che, insieme al collega Rafael de Cabo 

ha recentemente pubblicato una review sul New England Journal of Medicine 

in cui fa il punto sui risultati dei più importanti studi preclinici e clinici dedicati ai benefici della restrizione calorica.

 

“Durante i periodi di digiuno, l’organismo cambia il modo in cui produce energia, passando dall’impiego di glucosio alla conversione di acidi grassi in corpi chetonici che diventano così il carburante principale per la maggior parte degli organi, a partire dal cervello”, sottolinea Mattson.

Questo “switch metabolico”, se attivato periodicamente, comporta una serie di benefici per la salute dal momento che i corpi chetonici, oltre che benzina per le cellule, rappresentano anche potenti molecole di segnale per diversi processi metabolici.

Due le macrocategorie di digiuno intermittente prese in considerazione dagli autori: digiuno a giorni alterni e alimentazione limitata nel tempo. La prima prevede una significativa restrizione calorica uno o più giorni a settimana (un esempio è il cosiddetto regime alimentare 5:2, ovvero due giorni di digiuno su sette).

La seconda comporta il digiuno per un periodo determinato all’interno delle 24 ore giornaliere, come nel caso del regime più comune, il 16:8, che limita tutto l'apporto calorico a un periodo di non più di otto ore, lasciando a digiuno le altre 16.

In entrambi i casi le ore di restrizione che si ottengono sono quelle necessarie ad attivare lo switch metabolico dall’utilizzo di glucosio a quello dei corpi chetonici.

Quali benefici, dunque? Secondo Mattson, l’attivazione di questo interruttore è in grado di migliorare sia il controllo della glicemia sia la resistenza allo stress e sopprime i livelli di infiammazione tissutale per diversi periodi di tempo.

Nell'articolo, inoltre, si evidenzia come in quattro studi condotti su animali e uomo, il digiuno intermittente abbia consentito di ridurre pressione sanguigna, frequenza cardiaca a riposo e livelli di lipidi nel sangue.

Crescono le evidenze, poi, su come il digiuno intermittente possa modificare i fattori di rischio associati a obesità e diabete. Due studi condotti presso l'ospedale universitario del South Manchester Nhs foundation trust su 100 donne in sovrappeso hanno dimostrato come quelle sottoposte a digiuno intermittente in regime 5:2, pur perdendo la stessa quantità di peso di quelle sottoposte soltanto a dieta ipocalorica, presentassero migliori indicatori di sensibilità all'insulina e maggiore riduzione del grasso addominale.

Più recentemente, dati preliminari suggeriscono un ruolo del digiuno intermittente anche sul miglioramento delle funzioni cognitive. È il caso di uno studio clinico multicentrico condotto di recente dall’Università di Toronto in cui 220 adulti sani, che hanno mantenuto una dieta ipocalorica per due anni, hanno mostrato miglioramenti della memoria in una serie di test cognitivi.

“Sebbene siano necessarie molte più ricerche per dimostrare gli effetti benefici del digiuno intermittente su apprendimento e memoria, laddove gli attuali segnali venissero confermati, il digiuno, o un equivalente farmacologico che ne mimasse gli effetti, potrebbero offrire soluzioni in grado di contrastare la neurodegenerazione e la demenza conseguente”.

Criticità e conclusioni

“Siamo a un punto di svolta in cui potremmo presto prendere in considerazione l'aggiunta del digiuno intermittente nel novero dei consigli di stili di vita salutari in aggiunta a dieta sana ed esercizio fisico", affermano gli autori.   

“Consapevoli, però, di almeno tre difficoltà pratiche che ci troveremo ad affrontare. Innanzitutto, non è facile cambiare le nostre abitudini, in particolare quella di fare tendenzialmente tre pasti al giorno, intervallati anche da spuntini e merende. In secondo luogo, il passaggio a un regime di digiuno intermittente può inizialmente produrre sintomi come irritabilità, fame, difficoltà di concentrazione, che generalmente scompaiono nel giro di un mese ma, che, senza adeguate informazioni, possono indurre all’interruzione del programma. Infine, la maggior parte dei clinici non è adeguatamente preparata. Devono seguire i pazienti e arrivare all’obiettivo di 16-18 ore di digiuno al giorno, per gradi e con pazienza, anche nel giro di diversi mesi. In alternativa, si può proporre un regime 5:2 da raggiungere nel tempo e che preveda 900-1.000 calorie consumate un giorno a settimana nel primo mese, e poi due giorni a settimana nel mese successivo, seguiti da un’ulteriore restrizione calorica a 750 calorie due giorni a settimana nel terzo mese e infine, 500 calorie nel quarto. Comunque, è fondamentale evitare il fai da te: il nutrizionista riveste un ruolo cruciale nell’inquadramento clinico, nella stesura del programma dietetico, nell’informazione al paziente e nel monitoraggio del protocollo”.

Nicola Miglino

 


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