L’EFFICACIA DELLA DIETA PROTEICA

Conversazione con il team dell’Università Policlinico Umberto 1° di Roma



Tra i compiti più gravosi del medico c’è al giorno d’oggi quello di sensibilizzare i pazienti sovrappeso e obesi sulle buone abitudini alimentari e sull’importanza del controllo del peso per la tutela della salute dell’organismo. Un problema complesso nel quale entrano in gioco aspetti sia psicologici e comportamentali sia clinici, oltretutto con una valanga di proposte dietetiche più o meno fantasiose presenti sul mercato. Esistono su questo tema anche aspetti controversi e tra questi le diete chetogeniche su cui si è scritto tutto e il contrario di tutto. Ce ne siamo già occupati sulla nostra Rivista, ma recentemente è comparso in letteratura un lavoro italiano condotto presso il Centro Aziendale Specialistico per la Cura della Obesità (CASCO) del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma, e dedicato proprio a un protocollo dietetico condotto con l’impiego di alimenti integrativi e con un periodo di VLCD. Abbiamo così deciso di parlarne con il team di esperti di Medicina Interna alla Sapienza Università di Roma.

 

Domanda. La prevalenza di sovrappeso e obesità in Italia ha raggiunto complessivamente, in tutte le fasce d’età, una media di circa il 40%. Tenendo conto che siamo di fronte a una vera emergenza sanitaria per i rischi sulla salute che ciò comporta e anche per i riflessi da non trascurare sul conseguente incremento delle spese sanitarie pubbliche e private, quali sono le strategie terapeutiche più accreditate dal mondo scientifico, ma anche più realmente praticabili oltre che, naturalmente, efficaci?

Esperto. Per la fascia dei grandi obesi, quelli il cui indice di massa corporea supera 35, oramai tutte le linee guida internazionali danno per scontata la chirurgia bariatrica come prima scelta e poi, laddove, come spesso accade, questa non sia praticabile, l’approccio multidisciplinare nutrizionale, psico-comportamentale e specialistico medico-internistico ed endocrinologico. Questa strategia, che è applicabile a tutti i livelli di obesità e scendendo anche al sovrappeso più o meno complicato da sindrome metabolica, ha come tallone d’Achille l’irrinunciabile necessità che i pazienti siano comunque motivati, determinati e costanti nell’applicarsi a praticare uno stile di vita alimentare e di attività fisica rigoroso e protratto molto a lungo nel tempo. Stile di vita la cui cronica mancata applicazione è però proprio alla base del meccanismo che conduce al sovrappeso e all’obesità. D’altra parte da molto tempo gli esperti hanno compreso l’inefficacia del semplice consiglio comportamentale e l’inutilità di colpevolizzare pazienti, magari geneticamente predisposti, ma poi letteralmente immersi quotidianamente in una società “obesiogena”. Non è un caso che proprio quest’anno un’enorme mole di pubblicazioni scientifiche sia stata sintetizzata in un affascinante testo pubblicato da Nazario Melchiona, Presidente del Consiglio Direttivo della Società Italiana dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA), intitolato Food Addiction. Nel ponderoso volume si dimostra come, senza più alcun dubbio, oggi le patologie cosiddette dell’alimentazione, e in particolare l’obesità, abbiano una componente di vera e propria incontrollabile dipendenza, né più né meno come quelle da alcol, fumo o droghe.

Domanda. Ma allora si può ricorrere ai farmaci ed eventualmente a quale categoria?

Esperto. Tutti i farmaci registrati nel mondo negli ultimi vent’anni, nella quasi totalità ad azione prevalentemente “centrale”, che cioè avevano come obiettivo il condizionamento della sensazione di fame o di sazietà, sono stati poi abbandonati o letteralmente cancellati dai prontuari a causa della loro scarsa maneggevolezza, degli importanti effetti collaterali, ma anche in fondo per la loro scarsa efficacia nel lungo periodo. Ciò nonostante la Food and Drug Administration (FDA), l’ente regolatorio degli Stati Uniti, ha di recente approvato la commercializzazione di un nuovo principio, la lorcaserina (serotoninergico) e di un’associazione a bassa dose di due vecchie molecole, la fentermina (noradrenergico) e topiramato (anticonvulsivante) pur di tentare di porre un argine temporaneo alla grave emergenza in quella popolazione (quasi il 40% di obesi solo in USA!) a fronte di una al momento dichiarata ridotta incidenza di effetti indesiderati. In Europa e in Italia tali farmaci non sono commerciabili e disponibili, con l’indicazione per l’obesità, esiste attualmente un solo farmaco consolidato, l’orlistat, un inibitore dell’assorbimento intestinale dei lipidi alimentari tramite il blocco della lipasi. Pochi pazienti sono però disposti ad assumerlo per lungo tempo a causa dell’incontenibile steatorrea che consegue a ogni anche saltuaria deviazione dal comunque necessario rigoroso schema alimentare. In pratica, la patologia pandemica più grave e inarrestabile è di fatto una patologia orfana dal punto di vista farmacologico.

Domanda. Tutti i medici attivi sul territorio sono ormai da tempo allertati riguardo al problema obesità e a conoscenza della rete che consente di indirizzare nei centri multidisciplinari dedicati i casi più gravi, ma disarmati dinanzi alle richieste di aiuto di chi deve semplicemente perdere peso nel modo più semplice ed efficace possibile e deve essere messo in grado di farlo. Visto quanto ci ha detto finora, è un’utopia o esiste qualche metodo praticabile?

Esperto. La dietologia ha sempre previsto la possibilità di proporre, a chi debba perdere rapidamente peso, una dieta a bassissimo apporto calorico (very low calory diet,VLCD), ma in pratica i puristi della scienza dell’alimentazione, i fautori della dieta mediterranea a ogni costo per intenderci, l’hanno consigliata raramente e con grande prudenza per il preconcetto del rischio di acidosi metabolica, di effetto yo-yo e per il reale rischio diseducativo. Quando poi questi schemi dietetici prevedevano una modifica del fatidico rapporto tra macronutrienti (carboidrati 55%, lipidi 30%, proteine 15%) si è sempre ventilato il potenziale rischio di danno metabolico e renale. In realtà da anni la letteratura trabocca di dimostrazioni di efficacia e innocuità delle VLCD quando utilizzate con cognizione di causa, per periodi controllati e limitati e con riduzione dell’apporto calorico a spese prevalentemente di carboidrati e lipidi, con mantenimento non percentuale, ma assoluto della quota di proteine. Ciò si può ottenere solo utilizzando cibi modificati nei componenti nutrizionali, come solo da pochi anni l’industria della produzione alimentare è in grado di fare con i cosiddetti pasti sostitutivi. Lo scorso anno infine, nel prestigioso New England Journal of Medicine un editoriale titolato:" Miti presunzioni e fatti a proposito di obesità", ha sdoganato definitivamente questo tipo di approccio dietetico dichiarandolo senza mezzi termini efficace più di tanti altri anche in virtù dei suoi punti di forza: rapidità ed entità della perdita di peso e scarsa sofferenza da fame legata alla comparsa di modesta e innocua chetosi, ben distinta dalla temuta acidosi metabolica di tipo diabetico.

Domanda. Ma, all’atto pratico ci sono rischi per la salute? La funzione renale ed epatica ne risentono? A scapito di cosa si perde peso e per quanto tempo? E che dire della tanto predicata educazione alimentare?

Esperto. È per rispondere a questi legittimi quesiti che è stato proposto ai colleghi del Centro Specialistico per la Cura dell’Obesità (CASCO), al Policlinico Umberto I della Sapienza di Roma, di sottoporre circa 30 pazienti volontari a una VLCD chetogenica normoproteica con protocollo di studio semestrale. I risultati di questa sperimentazione clinica sono stati recentemente pubblicati sulla rivista internazionale Endocrine, ad alto fattore d’impatto, col titolo "Safety and efficacy of a multiphase dietetic protocol with meal replacement including a step with a VLCD" e sono subito apparsi clamorosamente convincenti. Tutti i pazienti hanno perso senza difficoltà molto peso, in percentuale variabile ma pressoché tutto a carico della massa grassa, senza alcuna minima conseguenza su funzione renale, epatica e cardiovascolare, con normalizzazione di tutti i parametri metabolici e di flogosi sistemica. L’assestamento di peso e composizione corporea è continuato per tutto il ciclo semestrale di trattamento, che prevede un graduale ritorno a un’alimentazione naturale, semplice ed equilibrata in un processo di vera e propria “riabilitazione”. Ma soprattutto ognuno ha visto ridurre drasticamente l’insulino-resistenza, notoriamente indotta dall’eccesso di massa grassa viscerale e chiave di volta di tutte le complicanze metaboliche e cardio-circolatorie del sovrappeso. Non escludo che tali risultati siano anche l’effetto di una vera e propria attività “nutraceutica” dei componenti di questi alimenti e mi riservo approfondimenti, ma intanto ritengo che questo metodo rappresenti al momento la risposta più corretta, efficace e praticabile che un medico possa offrire ai propri assistiti obesi o in sovrappeso, a patto che sia documentato su tutti gli aspetti di questo approccio e che segua personalmente le varie fasi del metodo evitando, quelle sì potenzialmente pericolose, avventurose scelte comportamentali autonome dei singoli pazienti.

 

Nota:

lo studio citato completo lo trovate QUI

l'articolo è liberamente riproposto, il formato originale lo trovate QUI


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