Il centro del piacere del nostro cervello è strettamente collegato con quello che scandisce i nostri ritmi biologici, specialmente quando coinvolge un bisogno primario come quello di mangiare.

Più, infatti, il cibo attiva il centro del piacere, più assumeremo senza accorgercene calorie delle quali non abbiamo bisogno, avviandoci verso sovrappeso, obesità e malattie croniche. È quanto hanno approfondito in un recente studio i ricercatori dell’Università del Virginia (Usa) collegando l’aumento del consumo di cibi trasformati a livello industriale al tasso crescente di sovrappeso e obesità degli ultimi decenni: pensate che solo all’inizio degli anni ‘settanta solo il 13% degli adulti statunitense era obeso un numero salito oggi al 40% a cui si deve sommare un altro 33% di persone in sovrappeso. In mezzo c’è la sempre più ampia diffusione di cibo a basso prezzo e alto contenuto calorico, sempre disponibile, notte e giorno. Alimenti ricchi di zuccheri, carboidrati, grassi e calorie che negli ultimi decenni hanno radicalmente stravolto le abitudini alimentari del mondo occidentale dove, non a caso, si registrano tassi in costante aumento di malattie cardiache, diabete, cancro e altri problemi di salute gravi legati alla cattiva alimentazione, Alzheimer incluso.

PIACERE E OROLOGIO BIOLOGICO
Questo meccanismo perverso si fonda sulla capacità dei cibi ultraprocessati, ricchi di calorie a rapido assorbimento, di stimolare intensamente la produzione di dopamina – il neurotrasmettitore dell’euforia – nella parte del cervello coinvolta nelle sensazioni di piacere. La dopamina in eccesso, a sua volta, interferisce con la normale sincronizzazione della fame sui ritmi di luce e oscurità che ci indurrebbe a mangiare solo in determinati momenti della giornata ovvero quando la glicemia nel sangue scende. Il picco di dopamina fa saltare il normale bioritmo alimentare e innesca una ricerca continua di cibo anche fuoripasto. Lo hanno dimostrato i ricercatori statunitensi riproducendo per un gruppo di topini una disponibilità piena, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, di cibi ad alto indice glicemico e ipercalorici, particolarmente capaci di stimolare i centri cerebrali del piacere. A un altro gruppo di topini, invece, è stata somministrata h24 un’alimentazione molto simile a quella che avrebbero potuto trovare in natura. Ne è risultato che i topi del primo gruppo hanno iniziato a consumare spuntini frequentissimi, diventando presto obesi, mentre gli altri hanno continuato a scandire i pasti normalmente, mantenendo il peso sotto controllo. La prova del nove di questo legame diretto tra centro del piacere e orologio biologico è stata data da un terzo gruppo di topini ai quali è stato interrotto il rilascio di dopamina: nonostante la possibilità di accedere ai cibi ipercalorici essi, privati dello stimolo chimico, evitavano di abusarne. Da qui la dimostrazione che la dopamina nel cervello governa anche i ritmi biologici della fame e porta al consumo di cibi ad alta intensità calorica anche in momenti della giornata in cui il fisico non ne avrebbe bisogno, cioè in orari casuali tra un pasto e un altro.

LE CALORIE DI UN PASTO NEGLI SPUNTINI
Già in precedenza diversa letteratura scientifica aveva associato negli animali il consumo di cibi fuori pasto a un’assimilazione più veloce delle calorie rispetto a quelle consumate “in orario”. Proiettati sull’uomo questi dati diventano più preoccupanti calcolando che ormai le calorie di un pasto completo possono essere contenute nei diversi piccoli snack consumati durante la giornata, siano essi cracker, dolcetti o bevande zuccherate. Ecco dunque che è molto facile consumare calorie in eccesso una volta che ci abituiamo a mangiare di continuo cibi malsani, ma talmente piacevoli da spingerci chimicamente a desiderarne ancora.

PRESSIONI EVOLUTIVE GIUNTE FINO A NOI
Il desiderio incessante di cibo, del resto, è retaggio di quel meccanismo ancestrale che portava l’uomo a mangiare quanto più possibile cibo disponibile per poter essere pronto ad affrontare i periodi di carestia. Così l’uomo preistorico era abituato a cacciare e mangiare di giorno e nascondersi durante la notte per sfuggire ai predatori notturni. Queste pressioni evolutive si sono tramandate fino ai nostri giorni e spiegano la naturale tendenza che abbiamo a mangiare cibo finché ce n’è per immagazzinare grasso per i momenti di difficoltà e l’intrinseca difficoltà che abbiamo a trasformare in energia il cibo che mangiamo la sera, in un momento della giornata in cui le nostre cellule e gli enzimi non sono predisposti al metabolismo ma, piuttosto, al riparo e alla rigenerazione.

SEMPRE ACCESI
Per non parlare del fatto che in assenza di elettricità era meno agevole svolgere attività al buio della notte e si tendeva a lavorare e mangiare di giorno per poi riposare e digiunare per una grande parte della giornata. Disporre, invece, della luce a tempo pieno ci permette di continuare a lavorare, giocare, mangiare, studiare anche durante le ore notturne a scapito della sincronia tra l’attività umana e il naturale alternarsi tra giorno e notte, luce e buio. Questo restare “sempre accesi” produce molto stress ossidativo-infiammatorio e a lungo andare altera il nostro metabolismo – progettato per funzionare in base a un ciclo di luce/oscurità o veglia/sonno – causando non solo sovrappeso e obesità ma, soprattutto, malattie. Insomma, ancora una volta, stiamo imparando quanto sia importante per la nostra salute non solo cosa mangiamo, ma anche quando mangiamo. E che una caloria non è solo una caloria poiché il suo peso specifico cambia a seconda degli effetti sui neurotrasmettitori e gli ormoni e del momento della giornata in cui la consumiamo. La lotta di molti contro il peso in eccesso potrebbe essere vinta rinunciando semplicemente agli alimenti ultraprocessati e ricominciando a mangiare liberamente i cibi che erano a disposizione prima dell’era industriale, senza preoccuparsi né delle porzioni né tantomeno delle calorie.

Scritto da
Dr.ssa Debora Rasio

FONTE: Dopamine Signaling in the Suprachiasmatic Nucleus Enables Weight Gain Associated with Hedonic Feeding. Current Biology, 2020; DOI: 10.1016/j.cub.2019.11.029


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